Dio odia le donne

In un periodo storico nel quale i diritti delle donne sono messi veramente e realmente in pericolo da una politica che ambisce ad impedire alla donne di abortire , che rifiuta l’esistenza delle famiglie omosessuali e che vede grandi città come Verona approvare un progetto di finanziamenti ad associazioni cattoliche che promuovono iniziative contro l’aborto, il libro di Giuliana Sgrena diventa utile e necessario.

Edito dal Saggiatore nel 2016, credo sia importante puntare i riflettori su un testo come questo, perché se anche forse Dio non odia veramente le donne -questo noi non potremo mai saperlo-, di sicuro gli uomini che nei secoli hanno costruito pezzo per pezzo le tre grandi religioni monoteiste –ebraismo, cristianesimo e islam-, le donne le hanno odiate eccome.

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È utile fare le presentazioni: Giuliana Sgrena è una giornalista italiana che ha lavorato prevalentemente dalle e sulle zone di guerra (Algeria, Somalia, Afghanistan), si è interessata in modo particolare alla condizione femminile nei paesi arabi e scritto diversi libri a riguardo. Uno di questi fa un’eccezione: Fuoco amico viene pubblicato nel 2006 ed è dedicato al suo rapimento. La giornalista infatti è stata sequestrata il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione del Jihād islamico e tenuta prigioniera per un mese. È stata liberata il 4 marzo, ma durante il viaggio verso l’aeroporto il veicolo sul quale viaggiava lei, l’autista e Nicola Calipari, un funzionario del SISMI, è stato crivellato di colpi da parte di alcuni soldati americani. Calipari è morto per proteggere la Sgrena che al contrario è sopravvissuta, è tornata in Italia e nel 2016 ha pubblicato il libro di cui parla questo articolo.

Il Dio che odia le donne, come già detto in precedenza, è quello delle grandi religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam. I legami tra le tre confessioni religiose esistono e sono strettissimi a livello storico, teologico, morale. Ma non siamo qui a fare esegesi sulle fonti, e del resto non è nemmeno l’obiettivo della giornalista. Ciò che Giuliana Sgrena fa con attenzione e passione è indagare, informare e denunciare la condizione della donna sia nella dimensione più generale della confessione religiosa di riferimento, sia nella -purtroppo- attualità.

Maria, vergine e madre

Il che può sembrare un paradosso, ma per il cristianesimo ovviamente non lo è. Intorno a queste due parole chiave ruota il lungo e interessantissimo ragionamento della giornalista riguardo al corpo delle donne e all’uso che il patriarcato cristiano ne ha fatto durante i secoli. Maria è VERGINE, e questo comporta diverse conseguenze; un esempio fra i tanti e l ‘ideologia della verginità che si è diffusa nei secoli a livello planetario, vedi ad esempio i purity balls americani nei quali:

“le ragazze -dodicenni- partecipano ad un ballo con un vestito bianco da sposa e, accompagnati dal padre, promettono ai piedi di una croce di mantenersi vergini fino al matrimonio. (..) sicuramente si assiste ad un pesante arretramento culturale della donna che, rinunciando a qualsiasi libertà, viene consegnata dal padre al marito come ‘oggetto sessuale’ o ‘mezzo di riproduzione’, con la garanzia della verginità”. 

 

Lo stesso discorso intorno alla sacralità della verginità si fa oggi anche nel contesto musulmano sebbene, dice la giornalista, originariamente non fosse un principio fondamentale.

Maria è inoltre MADRE, e tale è il ruolo che deve avere all’interno della società, ma è allo stesso tempo priva del ciclo mestruale, che altrimenti la renderebbe sporca, impura. Il Corano prevede l’interdizione della donna mestruata alle preghiere, al rispetto del ramadan, a toccare il testo sacro, entrare in una moschea, compiere il pellegrinaggio alla Mecca. Lo stesso discorso vale per l’ebraismo, che considera il flusso mestruale “immondezza” since 1200 a.C.

“In questo clima, non solo il ciclo ma anche il sesso e la procreazione sono contaminati dal peccato; i teologi giunsero alla conclusione che a una ‘creatura impura’ come la donna non potesse essere affidata la cura delle cose sacre a Dio. Proprio sul pregiudizio dell’ impurità rituale si basa, tra l’altro, l’opposizione all’ordinazione delle donne”. 

L’impurità e lo stigma nei confronti della donna con il ciclo mestruale tuttavia non sono umiliazioni inflitte soltanto dalle religioni monoteiste: Sgrena cita infatti anche il contesto induista, all’interno del quale molte ragazze sono costrette dai familiari a passare il loro periodo mestruale in caverne o stalle degli animali, senza tra l’altro poter usare il bagno, correndo il rischio di infezioni, e senza poter essere portate in ospedale perché il resto della famiglia si schifa a toccare una donna impura e “contagiosa”.

L’utero è mio.

Al tema dell’aborto è sicuramente dedicata un’attenzione particolare da parte della giornalista. Mettendo da parte per qualche pagina il riferimento ai testi sacri, Sgrena ricostruisce il lungo, tormentato e appassionato periodo degli anni Settanta italiani, durante i quali l’impegno di una grande “catena di solidarietà” di uomini e donne e il coinvolgimento fondamentale del Partito Radicale hanno portato, nel 1978 all’approvazione della legge 194, che ha finalmente reso legale il diritto della donna di interrompere volontariamente una gravidanza.

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In un secondo momento la giornalista rende consapevoli attraverso un’analisi appassionata ma che rimane sempre puntuale, le difficoltà che ci sono attualmente in Italia per la reale messa in efficacia della legge 194, che si possono riassumere in un’unica frase: “obiezione di coscienza“.

“Ora i medici obiettori, pur lavorando in una struttura pubblica e quindi sotto la legislazione italiana, non osservano la legge -salvo poi magari praticare aborti a pagamento in cliniche e ambulatori privati-, senza che nessuno glielo impedisca. L’80% dei ginecologi e il 50% degli anestesisti e infermieri sono obiettori di coscienza. Conseguenze: le file per la richiesta di interruzione di gravidanza si allungano, con il rischio di superare il termine dei novanta giorni previsto dalla legge. E i pochi ginecologi che praticano l’aborto sono costretti a fare esclusivamente quello, con grande frustrazione umana e professionale“. 

Potrei andare avanti a parlare per pagine e pagine dilungandomi sugli argomenti numerosi e tutti importantissimi che Sgrena affronta all’interno del libro: si parla di infibulazione, si parla di velo e reclusione. Si parla di un argomento che forse in Italia non ha così grande risonanza, ma che risulta di grande interesse nel contesto islamico: le donne musulmane ereditano la metà di ciò che spetta invece all’erede maschio, così come recita la sharia. Si parla della voce delle donne, che in molti paesi vengono ritenute testimoni inaffidabili in sede giuridica; del sinodo del 2015 al quale hanno partecipato 35 donne su 253 persone in totale, tutte senza diritto di voto e con poco tempo dedicato loro per parlare.

Questi dunque e tanti altri sono gli argomenti che vengono affrontati nel corso di un saggio che, per come è scritto, rimane davvero alla portata di tutti; è chiaro, appassionato, con le “fonti alla mano” e senza troppa retorica.

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