Settecento

Il Millesettecento è stato un secolo densissimo di avvenimenti, tanto importanti da aver condizionato persino un certo modo di pensare che si è sviluppato nel mondo occidentale. È stato il secolo dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese (e del Terrore giacobino, piccolo particolare), della Guerra d’Indipendenza americana con relativa firma della dichiarazione (Nicolas Cage e il suo Mistero dei Templari non lo dimenticheremo mai finché vivremo), del dispotismo illuminato -Caterina di Russia- e meno illuminato -i vari Luigi francesi-.

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La banale conseguenza è che praticamente tutte le serie televisive di ambientazione storica settecentesca pescano a piene mani in questi eventi fondamentali; l’unico elemento variabile è il punto di vista. Il che non è necessariamente da condannare, anche perché al pubblico guardante che importa dei contadini inglesi che zappavano la terra nel 1758?

Ho scelto per il Settecento due serie che si concentrano sul prima: prima della Rivoluzione francese con Versailles, prima della Guerra d’Indipendenza americana con Sons of Liberty.

Versailles

È vero, è vero. La costruzione della reggia di Versailles da parte di Luigi XIV inizia nel 1682, non nel Settecento. Però la serie televisiva è così settecentesca che non potevo non parlarne. Co produzione franco-canadese da parte di Canal+, attualmente è disponibile anche su Netflix. La prima stagione risale al 2015, la terza ed ultima invece è molto recente, maggio 2018 e inedita in Italia.

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La vicenda

Il giovane Luigi XIV di Francia decide di spostare la sua residenza a Versailles, la riserva di caccia del padre, e lo fa per più motivi. Vuole allontanarsi da Parigi, città chiassosa e pericolosa (gli anni precedenti erano stati quelli della Fronda) e vuole poter controllare con più sicurezza la nobiltà francese, sempre in bilico tra l’adorazione e il tradimento.

La serie televisiva segue dunque le vicende di questo giovane sovrano tormentato-interpretato da George Blagden, attore sorprendente che forse è più ricordato per il frate Athelstan in Vikings– nella realizzazione del suo sogno più grande, la reggia di Versailles.

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dentro una prigione dorata

Ed è proprio questo uno degli aspetti che più mi è piaciuto della serie; è stata fatta una scelta precisa, cioè quella di concentrare tutta l’attenzione sul microcosmo che di fatto divenne la reggia; la costruzione materiale e mentale di Versailles, nel senso di progressivo controllo esercitato dal sovrano (fisicamente e idealmente) sui comportamenti, le parole, persino i pensieri¹. Le nobili donne e uomini che vengono forzati a vivere in questa prigione dorata sono nervosi, sotto pressione, divisi tra l’adorazione di questo giovane Re Sole, ammaliati dalle sue parole nei pochi discorsi ufficiali e allo stesso tempo sprezzanti, cospiratori, pronti al tradimento. Manca in tutto questo il peuple, a malapena qualche parola sulla situazione parigina, del resto come ho detto all’inizio: è stata fatta una scelta.

La guerra c’è, in tutte e tre le stagioni, ma ancora una volta è messa in scena entro il contesto del mondo-Versailles, per mostrare il rapporto conflittuale tra Luigi XIV ed il fratello Filippo I d’Orleans -impersonato da Alexander Vlahos, la serie andrebbe guardata solo per la sua interpretazione-.

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Come sempre quando si porta sugli schermi un prodotto di tema storico, le discussioni intorno alla fedeltà “ai fatti” non mancano. È vero, Luigi XIV sembra non invecchiare mai nel corso del tempo; è vero, ci sono personaggi inventati di sana pianta che però diventano fondamentali nella serie; è vero, ci sono dei salti temporali spaventosi e le incongruenze storiche non mancano. Ma, come ha detto saggiamente Mathieu da Vinha, Direttore Scientifico del Centro di Ricerca di Versailles e consulente storico della serie,

“Questo è un romanzo storico. Gli scrittori hanno giocato con la cronologia e con i fatti. […] Questo è un ottimo intrattenimento. Spero che la gente si renderà conto che questa non è stata la realtà, e darà loro la voglia di sapere di più su Luigi XIV”.

L’articolo completo all’intervista lo trovate qui.

¹ Da studiosa di storia non posso non citare La società di corte, saggio scritto da Norbert Elias nel 1969, edito in Italia da Il Mulino:

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“Gli splendori di Versailles, i fasti e gli sprechi di un’aristocrazia al tramonto, le follie dell’etichetta come spie di una società complessa e fortemente gerarchizzata. Analizzando i rituali della corte francese ai tempi del Re Sole, Elias ricostruisce le origini e l’evoluzione di un sistema sociale nato in Francia, ma affermatosi poi in tutta Europa fino alla Rivoluzione e oltre, e coglie l’essenza del rapporto tra forme del cerimoniale, linguaggio dei rapporti sociali e potere”.

E l’altra serie televisiva? Nella prossima pagina!

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