Perché non sono femminista

jessa crispin

«Se il femminismo non è altro che un guadagno personale fatto passare per progresso politico, non fa per me. Se dichiarandomi femminista devo rassicurare che non sono arrabbiata, che non rappresento una minaccia, di certo il femminismo non fa per me. Io sono arrabbiata. E rappresento una minaccia».

Quando ho letto per la prima volta la quarta di copertina di questo libro, ho capito che faceva per me. Non perché io creda di essere più di tanto arrabbiata o più di tanto una minaccia. Sono rimasta colpita dalle frasi precedenti. In un periodo storico in cui basta indossare una felpa rosa con #girlpower stampato sopra per proclamarsi femminista, questo manifesto mi ha attratta come una calamita. Già da un po’ in realtà le riflessioni hanno cominciato ad accumularsi. Cosa significa essere femminista? Chiunque si dica femminista oggi può dire effettivamente di esserlo?

Il libro di Jessa Crispin risponde a queste domande dicendo che sì,

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chiunque si dica femminista oggi può essere convinta\o di esserlo, ma bisogna chiarire di che tipo di femminismo stiamo parlando e quanto questo possa incidere sulla società (in positivo e in negativo).

Crispin vs femminismo universale

«A un certo punto del percorso verso la liberazione femminile si è deciso che il metodo più efficace fosse rendere universale il femminismo. Ma anziché creare un mondo e una filosofia capaci di attirare le masse, un mondo basato sull’equità, la comunità e lo scambio di idee, era il femminismo stesso a dover essere sottoposto a un restyling per risultare più appetibile al pubblico contemporaneo, sia maschile che femminile».

Questo è il primo punto importante affrontato dall’autrice, e la critica nei confronti del “femminismo universale” rimane come un sottofondo durante la lettura di questo manifesto. Viene definito in questo modo quel modo di approcciarsi ed intendere il femminismo che si è diffuso nella società occidentale negli ultimi decenni, un approccio che non offende nessuno, chiamiamolo neutro. Perché possa essere un’ideologia condivisibile da più persone possibili all’interno della società, non solo il femminismo ha dovuto rinunciare alle sue rivendicazioni più estreme, ma ha anche messo all’angolo in una gogna mediatica, letteraria, filosofica, tutte coloro che incarnavano lo spirito veramente radicale del movimento. L’esempio che viene fatto da Crispin è quello di

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Andrea Dworkin, attivista del “femminismo radicale” morta nel 2005 e famosa per aver portato avanti una forte polemica nei confronti dell’industria pornografica, accusata di rendere la donna ed il suo corpo un oggetto, una merce da immettere nel mercato e che propugna un tipo di rapporto uomo-donna basato sull’abuso, sulla violenza sessuale nei confronti della parte femminile. Si può essere d’accordo con il punto di vista di Dworkin, si può anche non essere d’accordo; «non ogni parola che Dworkin ha scritto è oro colato, ma le femministe odierne sembrano aver buttato via la totalità della sua opera semplicemente perché non concordano con alcune delle sue teorie più estreme». Quello che secondo Crispin è venuto a mancare, tra le altre cose, è anche la possibilità di mettere in atto una discussione. Nel timore di apparire divise ogni dissidio deve essere messo da parte, ogni potenziale motivo di scontro deve essere censurato per non dare al nemico-uomo un’immagine del movimento fragile. Ma questo non è giusto. Anche perché non sono gli uomini il nostro obiettivo polemico.

Non contro gli uomini bensì contro il patriarcato

«Per avere successo in un mondo patriarcale, abbiamo assunto noi stesse il ruolo di patriarchi. Per essere vincenti in quel mondo, dovevamo esibire caratteristiche e valori del mondo patriarcale e disfarci di quello che non vi rientrava».

Lo scopo del femminismo come movimento e come filosofia radicale è quello di distruggere patriarcato, non lottare per farne parte. Il “successo femminista” di oggi si misura con gli stessi identici criteri del capitalismo patriarcale che il femminismo di seconda ondata ha cercato di contrastare: il denaro e il potere sono i valori che definiscono il mio successo all’interno della società. Sono i valori che definiscono la “vittoria femminista” per esempio all’interno di un contesto lavorativo:

«Un’amministratrice delegata può alzarsi fieramente in piedi e proclamare la sua fede nel femminismo-dopotutto è stato quello a farla arrivare dov’è- continuando al tempo stesso a subappaltare le commesse a fabbriche in cui donne e bambini lavorano in condizioni di schiavitù, a inquinare l’aria e l’acqua con scarichi tossici e a pagare alle dipendenti donne salari sproporzionatamente bassi».

Quello che Jessa Crispin critica del femminismo contemporaneo è appunto la perdita del focus nella lotta. Noi in quanto donne e uomini appartenenti ad un vero e profondo femminismo non dobbiamo passare la nostra vita e spendere le nostre energie per obbligare il capitalismo a farci entrare, è inutile proclamare con orgoglio che su dieci amministratori delegati di grandi multinazionali che basano la loro ricchezza sullo schiavismo di bambini, donne e uomini cinque di questi sono donne. Questo non cambierà il mondo. Non cambierà le condizioni di vita del genere femminile sulla faccia del pianeta, e soprattutto non garantirà equità. Le donne che ora fanno parte del sistema non sono necessariamente migliori degli uomini.

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Altro concetto sul quale si concentra il manifesto di Crispin riguarda l’odio nei confronti del maschile. «Preferiamo non accorgerci di come la demonizzazione indiscriminata […] segue gli stessi schemi di pregiudizio e di odio che alimentano la misoginia, il razzismo e l’omofobia». Entra in gioco la “tentazione della vendetta”; per secoli il genere femminile è stato sfruttato, violato, represso, picchiato, umiliato: perché ora limitarsi a ottenere equilibrio, quando c’è la possibilità di vendicarsi? E perché non farlo nel mondo più semplice che ci sia a disposizione attualmente, una brutale gogna mediatica attraverso i social network? Le vendette individuali che sono messe in atto ogni giorno nei confronti di uomini che hanno commesso atti più che discutibili sono giuste? In un certo senso si, è sempre giusto denunciare comportamenti sbagliati. Ma aiutano la “grande causa”, l’obiettivo finale che il femminismo si propone? Contribuisce a creare un discorso costruttivo? Crispin ritiene di no.

Choice feminism

Detto anche “il femminismo della scelta”, nel senso che qualsiasi decisione una donna prenda -cultura, dinamiche familiari, vestiti, politica- sarà una decisione femminista in quanto lei e solo lei ha preso questa decisione. Rapportandosi ad un passato nel quale la donna non poteva scegliere nemmeno il colore dei propri vestiti e figuriamoci amministrare il proprio denaro, quello del “choice feminism” non sembra un cattivo ragionamento. Da qui, da questo femminismo della scelta, la necessità per la donna è di concentrarsi sull’affermazione del sé, della propria individualità all’interno della società con un grande ciao alle battaglie universali. Crispin infatti lo dice: focalizziamo l’attenzione sul girlpower, sul empowerment, in definitiva sul potere, poco importa cosa io faccia una volta acquisito questo dannato potere (e questa parte mi ha tanto, tanto ricordato il messaggio di Alderman in Ragazze Elettriche, edito da Nottetempo).

Jessa Crispin offre in definitiva un pamphlet provocatorio, un punto di vista diverso rispetto, ovviamente, al femminismo contemporaneo, a quel femminismo universale che ha abbracciato il mondo come una nuvola, ma che si è reso proprio per questo quasi impalpabile.

Assolutamente consigliato!

Casa Editrice: Edizioni SUR

Prezzo: 16,50 euro.

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